« Mi trovavo sull’isola di Patmos » scrive san Giovanni nell’Apocalisse. Mi ci trovavo anche io, un giorno, più di trent’anni fa, sull’isola di Patmos. Volevo conoscere il luogo delle visioni giovannee, ma all’epoca non sapevo che avrei rifatto quel viaggio ogni estate e che Patmos sarebbe diventata la fonte di un’esperienza spirituale. Ovviamente, non si trattava, nel mio caso, di visioni, voci, estasi, ma scoprivo un’isola la cui bellezza, il silenzio, la luce, i paesaggi aspri mi soggiogavano. Era l’inizio di una lunga avventura interiore, che sarebbe passata attraverso il lavoro, lo sforzo, la contemplazione, lo sguardo sulle cose: fotografavo, passeggiando per la città alta, guardavo, riguardavo. Ho percorso così, estate dopo estate, con l’obiettivo in mano, le stradine di Hora, quelle stradine che racchiudono la fortezza del monastero di san Giovanni ; viuzze, muri, gradini : elementi a prima vista insignificanti diventavano in un attimo – l’attimo di uno sguardo –, grazie al miracolo della luce, lo spazio di un’apertura, di una breccia sull’Invisibile, al di là delle apparenze. Fotografavo l’alba e il tramonto, inseguivo l’ombra e la luce, sollecitavo il biancore immacolato dei muri di calce, restavo in sospeso dinanzi all’azzurro intenso del mare e del cielo, respiravo l’odore dell’aria profumata d’incenso.

Ero ben lungi, certo, dalle visioni apocalittiche dell’apostolo in esilio, ma percepivo il Mistero di una luce altra, quel lucore che scorsi un giorno nello sguardo di una donna, Marika, che viveva in un paesino chiamato Christos. L’uomo è sempre assente da queste immagini, è vero, nessun essere appare, di sfuggita, per le stradine, tra il silenzio delle pietre ; ma nel corso di questi anni ho vissuto in un felice rapporto di prossimità con gli isolani. Mi tornano in mente alcuni nomi : Vassili, che la sera risaliva da Kippo con l’asino carico di pomodori ; Antonio, il ciabattino, che conciava le pelli in riva al mare per farne i suoi impareggiabili sandali ; Dimitri e Gregora, e tutti coloro che non cito. Ricordo anche i momenti felici con i contadini che coltivavano piccoli terreni a ridosso della spiaggia. Gli scambi verbali si limitavano a poca cosa, qualche parola in greco per dire pace, tranquillità, esychia, termine caro ai monaci dell’Oriente cristiano.

Patmos erano anche le liturgie, l’inno dei cherubini cantato dai monaci, quelle melopee venute da epoche remote ; e le sante icone contemplate sui muri del santuario, la bellezza incantatoria e meditativa della divina liturgia.

Un 8 settembre, mentre passeggiavo per Hora e salivo al monastero di san Giovanni, sono entrata in una piccola cappella, dove vegliava l’icona della Theotòkos. Tutto era silenzioso. Fuori, il cielo brillava di un azzurro senza macchia, i galli cantavano, la terra esalava i suoi profumi, da qualche parte bruciava l’incenso, il mare impassibile lasciava scorgere in lontananza una fragile imbarcazione.