Su di me…

Le fotografie di Roselyne de Feraudy non assomigliano alle altre ; a dire il vero non assomigliano a nulla. Fotografie « astratte », oserei dire, che evocano un’altra forma d’arte e gli sconvolgimenti che l’hanno segnata agli inizi del secolo : la rivoluzione pittorica dell’astrattismo.

Ma se un dipinto che non sceglie più come soggetto la rappresentazione del mondo può avvalersi di un altro possibile contenuto, « quel contenuto astratto » esplicitamente definito da Kandisky come l’insieme delle forze emozionali della nostra anima, come è possibile un approccio analogo in un campo in cui l’obiettivo dell’apparecchio si volge inesorabilmente verso il nostro universo e vede solo lui ? Come può nascere da semplici riproduzioni del nostro mondo quotidiano, per loro natura esatte, quell’impressione di venire da altrove che l’arte comunica ?

Di questo mondo Roselyne de Feraudy isola un frammento irriconoscibile : impossibile, a partire da esso, ricostituire un oggetto usuale, un’immagine familiare. Siamo davanti a dispositivi inediti, inventati, totalmente compresi in se stessi e che non rinviano a nient’altro (compiuti in se stessi, che non rinviano a nient’altro / totalmente rivolti su se stessi e che non rinviano a nient’altro).

Roselyne de Feraudy può benissimo dirci : questo – questa specie di estuario tra calcari frastagliati (lacerati / sgretolati / tra frammenti calcarei) dove scorre una notte immemorabile – è la schiena di una statua d’angelo sul ponte di Castel Sant’Angelo ; questo qui – questi strati sovrapposti di carbone assorbiti nell’immagine invertita di una foresta monocroma – è il riflesso nel fangoso Tevere di quel che dovevano essere in realtà alberi e case ; e questo, infine – queste strutture geometriche incastrate una dentro l’altra, immobilizzate nell’eternità della loro perfezione – è il dettaglio di un mosaico… « Spiegazioni » che hanno perduto qualsiasi pertinenza e le ascoltiamo appena, affascinati dallo splendore delle forme pure, di una luce che invade tutto.

Vi è anche in questi dipinti minerali una materia dura, esaltata solo dall’elemento liquido, che non è più quella del nostro mondo, ma una sorta di materia pura che permetterebbe altre costruzioni, altri universi, all’infinito – quelli che offrono  queste « fotografie ».

 

Michel Henry

Autore del libro su Kandinsky , “Voir l’invisible”, Bourin, 1988.

 


Paul Valéry lamentava, nella fotografia una perdita progressiva dei valori umani. E tuttavia, certe sue intuizioni poetiche, hanno tutta la concretezza oggettuale, tutta la materialità spirituale dell’immagine fotografica. Inoltre, quella mancanza di umanità, insita nella fotografia, traduce in immagini “altre”, in un “altro reale” in grado di far percepire valori e sensibilità.

Roselyne de Feraudy interpreta con colori e delicati e poetici le sagome strutturali di una città metafisica di luci soffuse di atmosfere pacate, di climi rarefatti. Siamo in un mondo “reale” e “altro” al tempo stesso.

Non più l’uomo come misura di tutte le cose, le cose che abbattono le cornici apparenti per affermare una loro intima, armoniosa identità, un rapporto vibrante, intenso e armoniosamente poetico con l’uomo e l’ambiente.

L’uomo non compare mai nelle immagini terse e rigorose di Roselyne de Feraudy. In questa “ville blanche” l’uomo non è una presenza effettistica. Esso apparirà, anzi, come una presenza sottile e magica, in grado di dare nomi precisi, non vaghi e non falsamente poeticizzanti, a cose, muri, strutture, colori, forme architettoniche.

In questo rapporto del mondo naturale col mondo immaginario, Roselyne de Feraudy compie una una strategia formale di grande incanto formale e di estrema bellezza compositiva. Non siamo alla bellezza esterna, esornativa, edonistica, ad un concetto di bellezza che ha sempre determinato i nostri pensieri e le nostre scelte umane ed estetiche.

 

Giuseppe Turroni

Corriere della Sera, 1989.